L’odio: un altro punto di vista.

L’odio: un altro punto di vista. Robert McLiam Wilson è un giornalista nato nel 1964 a Belfast; da 7 anni vive a Parigi. Il Corriere della sera ha pubblicato un suo pezzo intitolato “L’energia dell’odio”.

“Cos’è l’odio?” Si chiede Robert McLiam Wilson. “Beh, è il Grande Persuasore. Con la sua energia drogata e la sua convinzione totale, l’odio può farti mangiare montagne e bere oceani. E’ la benzina per qualsiasi fiamma emotiva. Sono cresciuto con questa roba a Belfast, un minuscolo buco di merda, marinato in antichi odi, come una malattia cronica in remissione semipermanente. Se si impara qualcosa abbastanza presto, lo si codifica nel proprio DNA. Diventa memoria muscolare o un fenomeno autonomo come il sonno o la respirazione”.

RMW ribadisce che, se noi ci impegniamo ad alimentare, giorno e notte,  lo stato di angoscia, l’attesa ossessiva del nuovo dramma, ci costruiamo una nuova condizione di normalità. Si cronicizza così lo stato di angoscia e si abbisogna del paravento dell’odio.

“L’amore non ha alcuna possibilità contro l’odio”, chiosa il redivivo di Belfast. Se noi non avessimo la forza di credere che l’amore, la speranza, la positività, l’ottimismo abbiano il potere di sradicare l’odio, correremmo un orribile rischio.

Continua RMW: “Non sono il primo a dire che abbiamo solo i diritti che possiamo far rispettare. Ma direi che i nostri diritti sono in realtà quasi completamente nelle mani delle persone che incontriamo. Belfast me l’ha insegnato.

Questo è il vostro mondo ora. Questo è il nuovo adesso. Ma non preoccupatevi. Vi ci abituerete. Come uomo di Belfast, posso dirvi quel che fanno i cittadini con esperienze di conflitti. Quel che fanno è esattamente questo: costruiscono una vita intorno all’orrore e le cose vanno avanti come al solito, la nuova normalità.

E’ l’adattamento umano, la riscrittura del Dna.”

RMW ci delinea in modo crudo il profilo psicologico di questi personaggi orribili che, al grido di qualcosa che serve per riempirsi la bocca o per darsi una parvenza di cavalieri impavidi, a qualsiasi latitudine, sembrano avere, a suo giudizio, tratti di personalità comuni.

“Pensate che questo branco di sociopatici super perdenti avrebbe potuto fornire un sunto coerente delle loro obiezioni politiche? Non cadete in errore, amici europei, siete in una guerra di stronzate con stronzi senza cervello. Osservate la traiettoria intellettuale dei guerrieri con scarso quoziente intellettivo che fanno queste cose. Quasi la stessa di tutti i simili cretini che conoscevo a Belfast. Questa roba è un bel salto di carriera per chi è annoiato dal suo stile di vita da perdente. Ti sei impantanato, spacci un po’ di droga scadente o sei un piccolo pappone? Perché non attrezzarti e uccidere delle persone? In America, ragazzi bianchi vergini teste di cavolo fanno la stessa cosa quasi ogni mese.

Qui non vi è alcun contenuto, nessuna tesi. Smettiamola di far finta che ci sia. Questo è ciò che fanno le persone che pensano quando reagiscono all’assenza di pensiero: riempiono i vuoti con le proprie proiezioni. Sì, c’è un messaggio. Chiedete a chiunque viva in un quartiere malfamato cosa vuole comunicare questa barbarie. Sta dicendo: Siamo cattivi. Non fateci incazzare.”

Si può paventare l’ipotesi che ogni sociopatico abbia necessità di compensare i propri vuoti; i più lo fanno in modo innocuo tormentando se stessi o chi gli sta vicino. E’ inaccettabile che fare massacri sia un modo per agguantare in modo famelico un protagonismo folle.

Forse bisogna cominciare a prendere seriamente in considerazione che la strategia per debellare queste situazioni deve ripartire da politiche di integrazione e di inclusione. Ricordiamoci che non è sufficiente integrare; occorre dare un ruolo, una identità, uno spazio sano di protagonismo. Come ha detto Ilvo  Diamanti, questi giovani “immigrati” di terza generazione sono spesso senza radici, apolidi, per niente integrati. Si ritrovano senza uno straccio di identità, quindi perdenti. Alcuni perdenti, ahimè, possono aggrapparsi  all’illusorio, alla follia quale scelta autocurativa. E le vite di molta gente rischiano di venire travolte.

Lino Cavedon

“Voi non avrete il mio odio”!

E’ assolutamente comprensibile l’odio, è tremendamente umano provare odio verso quei terroristi che hanno insanguinato Parigi, che eliminano vite umane in vari luoghi della terra. Essi infatti hanno deliberatamente minato il nostro diritto alla normalità, a fare una passeggiata, a godere di un aperitivo al bar, a fare due salti in discoteca, a recarci allo stadio per godere di una partita di calcio. Tutti noi possiamo immaginarci in queste situazioni e siamo costretti, da queste drammatiche vicende, a misurarci con il rischio della morte. L’odio però non è una valida strategia di autoprotezione, non genera pace interiore e nuova fiducia nella vita.

Quale mente folle può infatti, con Kalashnikov in mano, concepire qualsivoglia rivendicazione religiosa o protesta ideologica, ricorrendo ad una strategia barbara, primitiva, che prevede l’uccisione di chi ha un pensiero, un’etica, una religione, uno stile di vita diversi dai propri? Ma quale considerazione o forma di rispetto o timore possono esigere da quanti si riconoscono altresì nei valori della fraternità, dell’uguaglianza e della libertà?

Il delirio, solo il delirio certamente non religioso, fanatico, integralista e criminale, possono aiutarci a comprendere le vili aggressioni attuate verso bambini, giovani, studenti, adulti presi alla sprovvista nei luoghi di vita, nelle azioni semplici di tutti i giorni.

“Voi non avrete il mio odio”, scrive Antoine Leiriz. Ancora travolto dal dolore, questo giovane giornalista di 34 anni, rimasto vedovo con un bimbo di 17 mesi, si rivolge ai terroristi con pensieri lucidi e profondamente toccanti. Ha appena perso Hèléne, sua deliziosa compagna da dodici anni.

“Venerdì sera voi avete rubato la vita di un essere eccezionale, l’amore della mia vita, la madre di mio figlio ma voi non avrete mai il mio odio. Non so chi siate e non voglio saperlo, voi siete delle anime morte. Se questo Dio per il quale voi uccidete ciecamente ci ha fatto a sua immagine, ogni proiettile nel corpo di mia moglie sarà stata una ferita nel suo cuore.
Allora no, non vi farò questo regalo di odiarvi. L’ avete ben cercato tuttavia ma rispondere all’odio con la collera sarebbe cedere alla stessa ignoranza che ha fatto di voi quello che siete. Volete che abbia paura, che guardi i miei concittadini con un occhio diffidente, che io sacrifichi la mia libertà per la sicurezza. Avete perso! Lo stesso giocatore gioca ancora.
L’ ho vista stamattina, dopo notti e giorni d’attesa. Era così bella che quando è partita questo venerdì sera, così bella che mi si sentivo perdutamente innamorato anche dopo 12 anni.

Naturalmente io sono devastato dal dolore, vi concedo questa piccola vittoria, ma sarà vittoria di breve durata. So che lei ci accompagnerà ogni giorno e che ci ritroveremo in questo paradiso delle anime libere a cui voi non avrete mai accesso.
Siamo due,  mio figlio e io, ma siamo più forti di tutti gli eserciti del mondo. Non ho più tempo da dedicarvi, devo raggiungere Melvil che si risveglia dal suo pisolino. Ha 17 mesi appena, egli va a mangiare la sua merenda come tutti i giorni, poi andiamo a giocare come tutti i giorni e per tutta la sua vita questo piccolo bambino vi farà l’affronto di essere felice e libero. Perché no, non avrete neanche il suo odio.”

Io so che l’odio avvelena e genera solo odio. L’odio ti si appiccica addosso, ti fa vivere in perenne stato di allarme, ti accorcia il respiro, invade il mondo dei sogni e lo popola di mostri e personaggi sanguinari.

Provare odio significherebbe rimanere legati in eterno al persecutore, trattenerlo dentro di sé, essere avvelenati, angosciati, vivere con il fiato sospeso, rimanere sospettosi e senza futuro.

Forse verrà fatta giustizia, ma sarà un ammasso di giustizia giusta e di macerie e di nuovi lutti.

Ci saranno i raid aerei, verranno uccise tante persone, probabilmente ci sarà la soddisfazione di avere eliminato un numero elevato di terroristi. Vedremo ancora immagini di gente morta, forse bambini, forse innocenti in mezzo ai folli deliranti, sangue, tanto sangue.

L’Europa che è così tanto divisa dalle questioni economiche, probabilmente, per merito dei terroristi, si unirà attorno al dolore, allo sdegno e alla pietà provocate dalla tragedia di Parigi. Alla necessità di rifondare una vita sociale, all’urgenza di ripartire con un nuovo stile di vita, con nuovi modelli di relazione.

Di certo è giusto che qualcuno paghi, che si trovino nuovi equilibri tra i popoli, che ognuno abbia un proprio territorio dove poter vivere in pace.

Io voglio abbracciare Antoine e il suo piccolo Melvil. Sento di voler stare dalla loro parte. Nella consapevolezza che un dolore, pur immenso, non può affossare la speranza ed il futuro di una creatura piccola.

A Melvil e a tutti i bambini della terra auguro la sfrontatezza di voler credere sempre nella libertà ed in una vita felice.

Un papà francese, in una piazza di Parigi, di fronte al proprio figlio che gli diceva: “Ma, papà,  i cattivi hanno i fucili”, gli ha risposto: “Ma noi abbiamo i fiori”. “A cosa servono le candele?”, insiste il bambino, vedendole accese davanti a sè. Il papà risponde: “Noi accendiamo le candele per ricordare chi è morto”. Il bambino, dopo una breve pausa, rassicurato e pieno di fiducia nel proprio genitore –davvero straordinario- ha risposto: “Allora, papà, noi abbiamo i fiori e le candele per difenderci dai cattivi”.

Lino Cavedon

Psicoterapeuta

A proposito di gender trouble.

foto lino

L’Ufficio nazionale antidiscriminazione razziale, al fine di attivare azioni di contrasto al bullismo e all’omofobia nelle scuole, ha deliberato di realizzare testi a disposizione degli Insegnanti con il titolo “Educare alla diversità a scuola”. Tali testi avevano come obiettivo l’approfondimento di “temi riguardanti la violenza di genere, la violenza nei confronti dei minori, la pedopornografia, anche on line, il bullismo anche quello a sfondo omofobico e transfobico”. L’approccio teorico e la trattazione didattica avevano assunto la prospettiva scientifica e non ideologica.

Le buone intenzioni iniziali sono state travisate e distorte in maniera inquietante. La teoria gender o del genere, in ambito scientifico, ha di fatto a che fare con lo studio di come nel tempo, nella storia e nella cultura siano state costruite le identità femminili e maschili. Mostrano come le norme che reggono l’ordine sessuale siano state storicamente create e siano ben lontane dal negare le differenze corporee o sostenere che ciascuno possa scegliere o inventare la propria identità e il proprio orientamento sessuale.

I progetti realizzati anche in Francia parlano di “educazione alle differenze” e non di gender e hanno come obiettivi il promuovere lo sviluppo della libera espressione della personalità nel rispetto del prossimo e delle differenze individuali, la parità tra uomo e donna, la pluralità dei modelli familiari e dei ruoli sessuali, il contrasto al sessismo nella lingua e nella cultura, la lotta all’omofobia, al bullismo e ad ogni forma di violenza sulla donna.

Il libro che ha introdotto nel dibattito degli anni Novanta la definizione di “teoria del genere” è Gender Trouble (Questione di genere) di Judith Butler. In una intervista lei dichiarò: “il sesso biologico esiste, eccome. Non è una funzione né una menzogna né una illusione.” E ancora: “La teoria del genere descrive le norme eterosessuali che pendono sulle nostre teste. Norme che ci vengono trasmesse quotidianamente dai media, dai film, così come dai nostri genitori e noi le perpetuiamo nelle nostre fantasie e nelle nostre scelte di vita. Sono norme che prescrivono ciò che dobbiamo fare per essere un uomo o una donna. E noi dobbiamo incessantemente negoziare con esse. Alcuni tra noi sono appassionatamente attaccati a queste norme e le incarnano con ardore; altri, invece, le rifiutano. Alcuni le detestano ma si adeguano. Altri ancora traggono giovamento dall’ambiguità… Mi interessa dunque sondare gli scarti tra queste norme e i diversi modi di rispondervi”.

Su questa base si innestano le teorie cui facciamo usualmente riferimento che  ci ricordano che i fattori della sessualità sono quattro:

  • l’identità sessuale, ossia la qualificazione di un individuo in maschio o femmina a partire dalle sue caratteristiche sessuali biologiche;
  • l’identità di genere, che riguarda la sensazione intima e profonda, la convinzione permanente e precoce di essere uomo o donna. Essa prevede la presenza delle strutture mentali di “mascolinità” e “femminilità” da attribuire a sé e agli altri. Esse vengono acquisite in età precoce dello sviluppo infantile ( all’incirca fino ai tre anni) e sono il risultato dell’interrelazione tra le attitudini dei genitori, l’educazione ricevuta e l’ambiente socioculturale. L’identità di ruolo consiste nell’insieme dei comportamenti agìti all’interno delle relazioni con gli altri;
  • L’orientamento sessuale è l’attrazione erotica ed affettiva di un individuo verso un altro e quindi definisce l’oggetto dei propri impulsi, eterosessuali, omosessuali o bisessuali;
  • Il comportamento sessuale descrive pratiche e atti sessuali quali risultato ultimo degli atteggiamenti verso la sessualità e il proprio partner.

La vera ed urgente apertura culturale e sociale riguarda l’accettazione di tutte quelle condizioni fisiologiche o psicologiche riguardanti l’identità di genere che differiscono dalla cosiddetta normalità, ma che non sono patologia. L’esempio per eccellenza è l’omosessualità, faticosa per il diretto interessato che ha percezione di una attrazione verso persone dello stesso sesso negli anni adolescenziali. Spesso drammatica per i genitori che si attribuiscono sensi di colpa, un vissuto di fallimento o che manifestano resistenze all’accettazione. Nel contesto sociale abbiamo frequentemente riscontri di disagi, rifiuti o prevaricazioni di varia natura nei confronti dell’adolescente omosessuale o della ragazza lesbica.

Meritano accettazione e volontà di comprensione i casi di transessualismo o disturbo dell’identità di genere, dove vi è il forte desiderio di modificare il proprio corpo al fine di renderlo aderente al sesso vissuto interiormente.

L’educazione alla sessualità va attivata fin dalla nascita di un bambino in quanto esso apprende, a prescindere dalle parole, dai modi manifestati dai genitori di interpretare i ruoli, di esprimere i sentimenti e di concepire una relazione affettiva. Il genitore competente sa accompagnare il bambino nelle varie vasi evolutive, descritte da Freud, quali la fase orale, anale, genitale. Di singolare importanza la fase edipica, in cui la bambina introietta le caratteristiche della madre per catturare l’amore del padre. Così al contrario per il maschio.

Nel tempo della pubertà, il ragazzo va aiutato a comprendere quanto succede nel proprio corpo, assegnando valore affettivo ed etico alle proprie pulsioni sessuali. L’adolescenza è il tempo delle esperienze, dei giochi sessuali, degli innamoramenti, delle gioie e delle delusioni. E’ altresì il tempo in cui si possono contrarre malattie sessualmente trasmissibili, delle gravidanze indesiderate e del rischio di interruzioni volontarie di gravidanza. E’ anche il tempo in cui è fondamentale l’appartenere ad un gruppo in grado di accogliere le differenze.

La sicurezza della propria identità sessuale è un fattore fondamentale per conseguire una stabile identità dell’Io. Le incertezze possono altresì contribuire allo sviluppo di nevrosi, fragilità del carattere e perversioni.

 

Lino Cavedon

 

Saper riparare è un’arte.

Una delle mie passioni, quando ero ragazzino, era smontare e rimontare. L’ho fatto anche, con il disappunto di mio padre, con un meraviglioso Guzzino, una moto che, sotto il peso degli anni e delle poche manutenzioni, faceva tribolare. Si rischiava infatti, con la messa in moto a pedale, di procurarsi ogni volta una distorsione alla gamba. L’ho fatto infinite volte con le sveglie, quelle meccaniche, quando, a causa di qualche caduta, si fermavano e non sentivo più il loro ticchettio.

Io poi consumavo letteralmente le bici perché adoravo i percorsi sterrati ed avevo la passione di fare in discesa le gradinate della chiesa. Spesso dovevo sostituire i cerchi delle ruote, tirare i raggi quando si allentavano e la ruota era ovalizzata, provvedere poi a rimpiazzare i tappi dei freni perché si sbriciolavano come un panino sotto i denti. Le luci non servivano e quindi non venivano mai rimpiazzate. Quando c’era l’estro, si ridipingeva anche il telaio, in modo magari un po’ bizzarro, con rigagnoli di colore che colava, ma si rendeva la bici molto personale, come una tela firmata.

Quindi, quando la moto non partiva o un oggetto non funzionava, io tiravo fuori la cassetta degli attrezzi perché volevo riparare o aggiustare. Non sempre ci riuscivo, soprattutto quando nel rimontare mi rimaneva qualche pezzo di troppo. Ma era più forte di me decidere di metterci le mani dentro per capire che cosa si era rotto o non stava funzionando al meglio.

Questa spinta a guardare dentro alle cose per ripararle, a pensarci oggi, è stata la spinta interna che forse mi ha fatto poi diventare “riparatore dell’anima”. Forse avevo anche bisogno di riparare parti interne mie, non avendo frequentemente trovato all’esterno persone particolarmente attente ed in grado di accogliere i miei crucci o i miei dolori.

L’azione di riparare esprime attaccamento ad un oggetto, cui si attribuisce un certo valore, non necessariamente morboso o sbagliato. Esso è stato frutto dell’ingegno di qualcuno, evento finale della fatica e della laboriosità di chi l’ha costruito, fonte di desiderio e conquista che ha richiesto un dispendio economico.

Senza voler fare l’apologia del passato, occorre ricordare che per secoli l’individuo ha prodotto strumenti e li ha riparati; intere civiltà hanno basato il loro percorso sull’intelligenza modulatrice, sulla riparazione e sul riadattamento di oggetti per prolungarne il funzionamento. Ancora oggi è emblematico come a Cuba riescano ad avere in funzione automobili degli anni ’40 e ’50, continuamente riparate e restaurate attribuendo loro un fascino e un’esistenza paradossalmente eterna. Se invece, nella nostra società, il tornaconto ed il profitto rimarranno valori assoluti e preponderanti, l’aggiustare, l’adattare, il trovare un punto di incontro, rischiano di diventare modalità di funzionamento obsolete.

E se invece si è rotto il mondo interno di una persona che ci sta vicina, se si è rotta la coppia? Come con gli oggetti, troppe volte si butta e ci si orienta a sostituire la parte mancante.

Bizzarro, furbastro e folle questo tempo che ci ha insegnato a buttare in modo indifferenziato cose, emozioni, sentimenti, persone. Riparare – suggerisce un qualsivoglia venditore – costa molto di più. Riparare una relazione che si è sfilacciata è un dono della mente che si impegna a leggere il linguaggio astruso, sibillino del cuore. Dove sarà mai la discarica delle persone buttate? Che fine sgradevole fanno le persone che si sono dimenticate di fare manutenzione alle loro emozioni, che hanno aggrovigliato il bandolo della matassa e si sono perse per strada?

Una qualsiasi macchina cui ci siamo dimenticati di sostituire e di rabboccare l’olio, grippa. I pistoni metallici, in veloce movimento dentro i cilindri, si surriscaldano, si dilatano e non scorrono più; non vi è più trasmissione di energia cinetica, quindi non c’è più movimento. Un macchina, pur lussuosa, muore e può allora diventare un pollaio per le galline.

L’esperienza umana si declina e si costruisce anche attraverso eventi dolorosi.

L’idea del non riparare e buttare, dal mondo delle cose, rischia di essere pericolosamente e rischiosamente universalizzata al mondo delle persone, fin dentro il tessuto delle relazioni umane ed affettive più intime. E’ fenomeno noto, purtroppo non più esclusivamente adolescenziale, che, se insorgono le prime difficoltà significative con un partner, piuttosto che riparare la relazione, si preferisce sostituire la persona oppure crearsi un rapporto a latere. Le relazioni umane acquisiscono sempre più aspetti che le fanno assomigliare a merci che rispondono alle leggi di mercato, basate cioè su criteri di convenienza, efficienza, vantaggio.

Questa visione delle relazioni umane, ispirata alla convenienza e non fondata sul patto d’amore, rischia di essere distruttiva sul piano umano e produce frammentazione della rete sociale e del valore protettivo della famiglia e delle comunità.

Proviamo a comprendere meglio il concetto di riparazione dal punto di vista psicologico.

Se sbagliare è una necessità intrinseca al divenire e al crescere, qualora non si codifichi e non si contestualizzi il rito del riparare l’errore, rischiamo l’accumulo disordinato e magmatico nel nostro interno di esperienze che nulla insegnano e non rendono pertanto migliori.

Un bambino piccolo, a seguito di un forte disagio o frustrazione, può accumulare rabbia o collera verso l’adulto. Gli studi di Melanie Klein hanno dimostrato che nel bambino molto piccolo, con una psiche ancora in formazione e priva di strutture e argini contenutivi, è come se la rabbia si diffondesse al suo interno, con il rischio di minare la propria integrità psichica. E’ infatti come se nel bambino prevalesse il vissuto che non è l’adulto che merita la sua rabbia, ma,anzi,egli stesso che non merita l’amore del genitore.

Risulta quindi di fondamentale importanza che l’adulto in grado di contenere, orientare e controllare la rabbia del bambino, gli consenta di fare l’esperienza della riparazione del vissuto negativo che trattiene in sé. Il bambino diventa così competente nel riparare danni interiori; diversamente non comprende e sviluppa sensi di colpa. Di conseguenza il bambino si sente fortemente cattivo, indegno dell’amore dei genitori. Il bambino che non ha imparato a riparare, facilmente può diventare un adulto timoroso, con un basso grado di autostima, orientato all’adattamento passivo verso gli altri. E’ come se avesse timore di esprimersi per non rischiare il vissuto di disapprovazione.

In altri casi il bambino, non addestrato alla riparazione, può immaginare che l’odio non abbia soluzione, rischiando così di diventare un adulto violento, a causa della sua inconscia perdita del senso di speranza. Come se fosse destinato a rimanere cattivo e ormai nulla lo potrà salvare.

Il bambino che ha invece imparato l’opera di riparazione interna, può diventare più facilmente un adulto integrato, consapevole delle proprie parti belle, in grado di relazionarsi anche in modo accettante con le proprie parti meno positive. Egli infatti non spreca energie per risultare migliore di quello che è perché è in grado di accogliere le sue parti oscure, può perdonare e perdonarsi, sa che può rammendare gli strappi interni.

L’adulto che ha imparato a riparare è in grado di progettare il proprio futuro, senza l’affaticante ansia da prestazione, con il senso della speranza e della fiducia, con ottimismo. Sa che sono possibili i contrattempi, ma che si potranno riparare.  Da se stesso non pretende la perfezione, ma se la concede come prospettiva di libertà.

Da questo punto di vista é stupenda come efficacia in tale senso la co-terapia accompagnata con l’animale. Le straordinarie esperienze che ho fatto in questi anni di introdurre il cane, opportunamente addestrato, come figura ponte con il mondo interno delle persone, come contatto con le loro emozioni, mi inducono a valutare tale setting come una strategia potente e molto valida. Infatti, poiché il cane non ha pregiudizi, non giudica, non condanna e non ha particolari pretese, le modalità ed i tempi per liberare vissuti interni sono molto più veloci ed imprevedibili. Egli infatti consente l’autenticità del suo interlocutore, gli permette di procedere con gradualità superando paure ed acquisendo utili sicurezze.

Il cane non respinge chi gli si avvicina con delicatezza; gli permette di sbagliare, di giocare a migliorarsi un po’ alla volta, con allegria ed una coda che scodinzola perennemente verso il cielo, quale inno alla felicità dell’incontro.

Conservare gelosamente dentro di sé dolori e traumi avvelena ed incancrenisce la mente, l’anima, il corpo e le relazioni. E’ pertanto banale ricordare che “le feci dell’anima” vanno sempre evacuate. Riparare emozioni ferite è un’arte che richiede competenza, amore e fantasia.

Lino Cavedon

Psicoterapeuta

Nella classe di mia figlia l’apprendimento va molto a rilento.

Gentile dottore,

avendo letto altre sue risposte sull’argomento scuola, mi permetto di esprimerle anch’io la mia preoccupazione. Io ho una figlia unica che frequenta la scuola elementare. L’ho talmente tanto desiderata che, d’accordo con mio marito, per seguirla bene, ho deciso di rimanere a casa dal lavoro. Sono orgogliosa di lei perché mi da soddisfazione in tanti ambiti. Mi dispiace invece molto riscontrare che, nella sua classe, l’apprendimento va molto a rilento perché le insegnanti hanno grossi problemi di tipo disciplinare. Soprattutto i maschietti sono vivacissimi e qualcuno sembra essere proprio terribile; so in particolare di alcune bambine che hanno i genitori in difficoltà e, pur essendo intelligenti, si fanno molto trascinare dai più turbolenti. Le insegnanti non sanno più cosa fare; hanno coinvolto tante volte noi genitori per indurci ad essere collaborativi con loro. Mi pare che tutti i genitori abbiano cercato di rimproverare o stimolare i loro figli, ma purtroppo i risultati non si sono visti. Anche mia figlia apre con meno entusiasmo i libri, perché il clima della classe non consente di valorizzare la preparazione di chi ha più studiato. Temo molto l’inizio della scuola media perché prevedo che mia figlia possa arrivarci impreparata. Grazie. Una mamma preoccupata.

 

Sua figlia dispone di buone risorse personali e di genitori presenti, quindi per lei io non vedo pericoli; al massimo rischia la troppa protezione dei genitori, che potrebbe farla crescere brava, ma troppo assorbita dal bisogno di gratificarli.

La scuola è oggi una fotografia verosimile ma inquietante dello stato di salute della famiglia e della società italiana. Essa raccoglie i sintomi comportamentali di bambini e ragazzi che, nel bene e nel male, hanno vissuto le trasformazioni e gli abbrutimenti dei ruoli, di coppia, di famiglia, di modelli di educazione. Il sistema di vita dei bambini sembra produrre percorsi di crescita che non consentono ad essi di affrontare le varie fasi evolutive disponendo dei giusti prerequisiti. Lo standard comportamentale della maggioranza dei bambini sembra garantire sempre meno le condizioni di un apprendimento motivato e coinvolgente. Gli insegnanti lamentano infatti un clima di scarsa predisposizione da parte dei bambini in quanto essi esternano stati di tensione, incapacità attentive, disconoscimento dell’adulto autorevole, scarsa disponibilità all’impegno e alla fatica e quindi alla produttività cognitiva. Se poi la classe ha, al proprio interno, qualche bambino certificato che fatica ancora di più ad esprimersi con una correttezza comportamentale, il compito per l’insegnante rischia di diventare sempre più improbo. Infatti il tempo e le energie impiegate per la gestione della disciplina sembrano incredibilmente rosicchiare il tempo utile per l’apprendimento. E’ il caso della mamma che ci ha scritto, la cui bambina piacevolmente incuriosita ed interessata alle attività scolastiche, sembra perdere entusiasmo e si infastidisce nel dover sopportare le intemperanze dei propri compagni e quindi le frequenti lamentele delle maestre. Già a partire dalla scuola materna si riscontrano problematiche nei bambini che si possono proprio definire peculiari di questa epoca e lo confermano le insegnanti di vecchia data.

Credo sia significativo il fatto che la Erickson stia proponendo sempre più titoli di libri che riguardano la gestione delle problematiche della classe. In questi giorni io sto leggendo  con interesse il testo “Risolvere i conflitti in classe” di R. Fagiani e C. Passantino.

Tra i fattori che più rendono problematica l’attività scolastica Stemberg e Sterling hanno individuato: la mancanza di motivazione, la mancanza di controllo dell’impulsività, la mancanza di costanza e di perseveranza, uso di abilità sbagliate, l’incapacità di portare a termine un compito, l’ansia della prestazione e la paura del fallimento, l’eccessiva dipendenza affettiva, il sentirsi abbattuti dalle difficoltà personali, una smisurata o una deficitaria fiducia nelle proprie capacità.

Se un tempo questi tratti caratterizzavano alcuni bambini definiti difficili, oggi sembrano connotare invece intere classi. Siccome risulta ovviamente più condizionante il bambino che disturba rispetto al bambino studioso, il contesto classe diventa un coacervo confuso e improduttivo, buono a far festa più che ad  apprendere.

Siccome il rischio è che ci si limiti alle lamentazioni, occorre riconsiderare i termini della questione.

Anzitutto la scuola non deve abdicare ai propri compiti: istruire ed educare. Poiché non può svolgere tale compito senza creare sintonie e corresponsabilità con i genitori, è con essi che va concepito un percorso di riscoperta di valori, regole e comportamenti appropriati. Esso può derivare solo dalla consapevolezza degli effetti deleteri di una educazione approssimativa e di giornata.

Con i genitori va condivisa la necessità di ritrovarsi uniti attorno alla scelta di una pedagogia essenziale, ma consapevole. L’educazione va integralmente ripensata poiché oggi è troppo impostata su una matrice protettiva, consumistica e dipendente per sviluppare altresì una pedagogia basata sulla fatica, sulla fiducia, sull’esperienza, sulla frustrazione bilanciata alle gratificazioni, sulle spinte verso l’autonomia, complice la presenza forte della funzione paterna.

Anche la scuola si deve attrezzare con nuove strategie ed abilità, tipo quella proposta nell’apprendimento cooperativo del testo sopra citato. Il gruppo classe viene così accolto nelle sue singole identità e storie, incluso il mondo interno dei bambini. I loro stati emotivi rappresentano infatti il background dell’apprendimento; è ad essi che occorre guardare affinché le menti dei bambini siano presenti e si aprano alla curiosità della cultura scolastica.

Ogni bambino ha quindi necessità di conoscere le proprie emozioni, successivamente impara a gestirle, chiamandole per nome ed esternandole, acquisendo maggiore padronanza dei propri comportamenti.  Analogo impegno si dedica nel riconoscere le emozioni altrui, individuando le strategie per costruire relazioni aderenti alla realtà della classe. Ogni bambino ne trarrà un senso di maggiore efficacia senza sentirsi schiacciato dal contesto classe, bensì sentendosi protagonista anche di un intreccio di vicende emozionanti che si armonizzano tra loro nel rispetto reciproco.

Lino Cavedon

Psicoterapeuta

La corsa mi fa sentire benissimo; non mi ammalo più.

Buongiorno dottore,

leggo spesso le sue lettere sul GDV e le trovo molto interessanti.

Dopo un’infanzia difficile, l’indipendenza economica raggiunta presto, mille lavori anche rischiosi, sono riuscito anche a studiare raggiungendo la laurea.

Ho 52 anni, sposato, tre figli, un lavoro e la corsa.

So che si dice che la felicità non esiste o meglio che dura solo per poco, ma io, cosa devo dirle, mi sento felice.

I figli li adoro, mia moglie pure, la amo da impazzire dopo 15 anni di matrimonio e 5 di fidanzamento, non come all’inizio, ma molto di più.

Il lavoro mi permette di vivere bene.

E poi c’è la corsa.

Ho iniziato oltre 4 anni fa, dopo avere fatto molti sport, ed è stato subito amore. Ho iniziato come tutti dalle corse brevi, 10 km, mezza maratona, maratona ma poi sono passato alle ultra (100 e più km). Inoltre amo fare gare nel deserto, e ciò mi consente di viaggiare, altra cosa che amo moltissimo.

Grazie alla corsa poi mi sento benissimo: da anni non mi ammalo più, non ho più influenze, raffreddori etc.

Insomma mi sveglio alla mattina e penso che sono felice e fortunato. Ho una bella casa, una bella famiglia, e correre mi dà felicità.

Certo non sono ricco e vivo semplicemente ma quello che ho mi basta.

Cosa ne pensa, sono normale oppure no?

La ringrazio per la risposta e ancora complimenti.

Adriano

 

Caro Adriano,

trovo intriganti queste impennate, questi guizzi dell’anima, questi moti di fantasia, il cambio di passo in prossimità del traguardo.

E’ davvero bello questo quadro nel suo insieme, con pennellate di felicità che caratterizzano i valori portanti della vita di Adriano. Nulla di regalato, sia chiaro; il tema della corsa sembra essere infatti un tema ispiratore di tanti eventi.

Infanzia difficile significa infatti dover imparare molto presto a rimboccarsi le maniche, senza rimanere in attesa che ci sia qualcuno che provvede a te, che ti regala le cose, che ti infonde energia, che ti tira la volata quando hai il respiro corto.

Da parte di Adriano si riscontra poi una straordinaria capacità di adattamento a vari contesti lavorativi, di bocca buona pertanto, avendo però lo sguardo puntato in avanti per raggiungere la laurea, obiettivo che, almeno qualche anno fa, consentiva di accedere ai piani alti del mondo lavorativo.

Emoziona poi questa adorazione verso la famiglia: i tre figli cui provvedere, cui essere di esempio onesto e laborioso, anche se capace di intense vibrazioni e di attenzioni a sé, la moglie verso cui nel tempo è cresciuto di intensità il sentimento sublime dell’amore, dalla nostra società vilipeso e mistificato,  contratto a tempo finché dura.

L’amore infatti cresce se lo si coltiva, se lo si allena quotidianamente, se c’è reciprocamente dedizione e cura. Di sicuro anche la moglie di Adriano condivide l’impegno e il gusto della relazione e la responsabilità dei figli. Fondamentale avere sancito insieme una visione condivisa di come essere coppia, delle cose che hanno valore, per un patto di felicità espressione di una straordinaria normalità di vita.

Un buon lavoro che garantisce un reddito dignitoso consente di costruirsi anche una bella casa, di acquisire sicurezza e qualità di vita, opportunità di studio e di formazione ai figli.

A 48 anni circa Adriano scopre la corsa, non quella veloce, 100 metri e poi si tira subito il fiato. La corsa di fondo, quella che richiede resistenza, una buona tenuta dei muscoli, fibre lunghe capaci di grandi distanze, straordinarie doti nel saper distribuire con intelligenza le energie per arrivare alla meta. Quella che ti asciuga il corpo, dove anche il sudore è uno spreco inopportuno, quella che se calzi le scarpe nuove di zecca, non ben ammorbidite, ti fa venire le vescicone sotto i piedi; quella che, se non hai il cappellino in testa, ti cuoci. Quella in cui, se un altro ti supera, non devi farti prendere dalla frenesia di recuperarlo di getto, ma devi tenere il tuo passo per non farti tagliare le gambe. Quella che ti richiede la capacità di stare bene con te stesso, di saperti tenere compagnia, di godere del silenzio, degli ampi spazi, senza l’urgenza emotiva di anticipare l’arrivo.

Io che ho –stentatamente- affrontato nel passato due maratone alpine, i soliti 42 km e 195 metri, che pur sono molti di più in montagna, ricordo che si prova un piacere immenso alla fine, quasi commozione al ricordo, ma quanta fatica. Una volta, insieme con il mio amico Ivano, da Bocchetta Campiglia, cocciutamente, ho affrontato, con una fastidiosa distorsione alla caviglia, le 52 gallerie fino al rifugio Papa e poi giù fino al Pian delle Fugazze.

Adriano ha riscontrato che, grazie alla corsa, sta benissimo; infatti tale disciplina sportiva è compresa fra le attività aerobiche come l’andare in bicicletta, il nuoto, lo sci da fondo ecc. In generale se ne ricava un benessere che coinvolge tutti gli apparati del nostro organismo che ne guadagna in salute, difese immunitarie ed energia a disposizione. In particolare gli esercizi aerobici fanno bene al sistema cardiovascolare e ne aumentano la resistenza; è peraltro dimostrato dalle ricerche che la corsa stimola endorfine euforizzanti, sostanze che vanno ad agire sul nostro tono emotivo ed energetico.

Adriano continuerà a correre, a rimanere nei paraggi della fatica perché, compagna quasi sempre onesta, ripaga regalando felicità. Grazie per la bella testimonianza.

Lino Cavedon

Mia figlia si stava guardando una cassetta pornografica.

Gentile dottor Cavedon,

credo di essere in uno dei momenti più inquietanti della mia vita.

Le racconto che cosa mi è successo. Un giorno stavo poco bene, sentivo di avere la febbre e così ho deciso di uscire dal lavoro e di andarmene a casa; era circa metà pomeriggio.

Nel momento in cui sono entrata in casa, ho sentito improvvisi movimenti bruschi in salotto; sono andata di là e ho visto mia figlia tutta rossa in viso,  con un’amica, entrambe trafelate ed agitate. Erano sul divano che presumibilmente avevano guardato la televisione fino ad un attimo prima. Ho chiesto cosa era successo e ne ho ricevuto una risposta assolutamente non rassicurante. Loro hanno fatto poi finta di niente e si sono rifugiate in camera di mia figlia senza una domanda da parte sua sul fatto che ero tornata a casa così presto.

Frastornata sono andata nell’armadietto delle pastiglie per prendermi una Tachipirina e mi sono distesa sul divano a riprendermi un po’ perché me la sentivo che era successo qualcosa di strano.

Ho sentito mia figlia che, in silenzio, apriva la porta della camera e veniva fuori di nascosto a controllare dove mi ero sistemata. Lei ha fatto finta di niente e io pure. Dopo un po’, vedendo che io non mi muovevo dal divano, se n’è uscita con la scusa di accompagnare l’amica.

Io ho acceso il televisore e fatto partire il videoregistratore: c’era dentro una cassetta pornografica, cose brutte che io non avevo mai visto e mi hanno fatto veramente ribrezzo.

Lei può immaginare che delusione ho patito nei confronti di mia figlia, non me lo sarei mai immaginato perché parla poco e sembrava completamente disinteressata alle cose del sesso.

Ne ho parlato con mio marito che mi ha detto che non devo drammatizzare perché determinate cose le ha fatte anche lui.

Da quel giorno non riesco più ad abbracciarla, con lei sono tesa ed asciutta, vorrei tanto parlarle ma non ci riesco. Cosa faccio?  Mamma delusa

 

La cosa che disorienta è il riscontrare nelle femmine curiosità che sono sempre state tipiche dei maschi. Per questa mamma poi il trovare in sua figlia “cose” che non appartengono alla sua storia, che lei  non ha vissuto, che lei non si è permessa, rappresenta motivo di grande inquietudine. Questa mamma non ha trasmesso curiosità di questo genere alla figlia: prova quindi un vissuto di estraneità educativa, una lontananza emozionale. Si sente tradita, deve prendere atto che l’esterno (l’amica, i compagni, la televisione, i giornali ecc.) agisce seduttivamente sulla figlia e inocula in lei germi comportamentali di altra natura, di altro stile.

Anche il silenzio fa educazione, con i suoi sguardi imbarazzati, con la sua nebulosità, con la mancanza di riferimenti, con le regole inespresse. Il silenzio è di fatto incomprensibile sul piano educativo; può essere solo messo in relazione con le fatiche emotive del genitore, con la sua storia. Ed essa merita rispetto, ma non può rappresentare la giustificazione del silenzio su un tema così delicato ed importante. Il sesso ha a che fare con la vita: ha una dimensione di grandissima nobiltà.

Questa mamma teme però che il sesso, quello esibito in modo sfrontato, quello che connota negativamente la figura della donna, quello che attrae il maschio adolescente quando non ha idea se riesce a “funzionare” in modo virile, questo sesso genitale, da prestazione, da misure sfrontate, da tempi illimitati, da orgasmi consumati, possa avere “sporcato” sua figlia.

Questo vissuto le impedisce di avvicinarsi a lei, di toccarla perché teme di “sporcarsi” anche lei.

In realtà questa figlia è semplicemente entrata nel luogo dei “non detti”, ha voluto varcare la soglia del silenzio, ha voluto provare quelle emozioni cristallizzate dagli imbarazzi degli adulti. Ha voluto in pari misura inebriarsi di sensazioni attivate in modo disordinato e rischioso dai media, erotizzati all’inverosimile, tant’è che oggi l’impulso sessuale parte precocemente in modo socializzato nei bambini a partire dalla fase genitale, verso i cinque, sei anni.

Che fare quindi? Non è successo niente di drammatico e irreparabile; si fidi di più di suo marito, l’uomo che ha sposato, che ha visto “quelle cose” ed ha saputo andare oltre amando lei, passando dal sesso biologico alla scoperta della sessualità, fatta di emozioni buone, di sentimenti sani e responsabili.

La trasgressione ha una importante valenza educativa; fondamentale però è non rimanerci dentro ed acquisirla come spinta comportamentale prevalente. La pornografia, che non è l’erotismo, e che è totalmente priva di fantasia, può nel tempo suscitare senso di noia e forse anche di schifo; può quindi essere di aiuto a scegliere una sessualità intelligente, rispettosa, amorevole, creativa, responsabile, etica. La pornografia può quindi dare una mano a scegliere, può fornire i parametri per porre i picchetti ai propri impulsi, può orientare verso regole che consentano di essere liberi.

Quindi, cara mamma, non si può tirare indietro. Si creerebbe una frattura inquietante tra lei e sua figlia, le darebbe l’idea che non è all’altezza della situazione, che ne ha paura, che non ha strumenti per affrontarla e lascerebbe sua figlia nel limbo di un giudizio inespresso, di una condanna, di pensieri inesprimibili.

Concordi con suo marito che cosa dire affinché tutti e due vi sentiate rappresentati dai pensieri che le esprimerete. Potete tranquillamente raccontarle anche le differenze nelle vostre storie personali.

La verità non fa mai male, basta non scagliarla addosso.

Lino Cavedon

Psicoterapeuta

Isabella dai genitori separati.

Salve Dottor Cavedon,

sono una ragazza di 20 anni e Le scrivo perché sono in una situazione davvero complicata. Nel giugno del 2008 mio padre se ne è andato di casa perché non voleva più stare con mia madre. Io in quel periodo stavo facendo gli esami di maturità e ho deciso di stare con mia madre. Mia mamma ovviamente ha passato  momenti brutti e io ho cercato di sostenerla come potevo. Ora si stanno facendo la guerra tramite avvocati per quanto riguarda il mio mantenimento.  Sabato 28 novembre  ho rivisto mio padre dopo mesi e sono stata benissimo. E’ stata mia madre a spingermi a questo riavvicinamento,ma sembra che gli dia fastidio. Inoltre in questi mesi non riesco ad avere un rapporto decente con mia madre : litighiamo spesso perché lei mi accusa di non dirle tutto ciò che penso, di essere fredda e di farle passare le pene dell’inferno. Il problema è che non si rende conto che non posso essere uguale a lei, ho bisogno dei miei spazi e di non essere giudicata in tutto. Vivo costantemente con l’ansia di dover controllare le parole che dico o i gesti che faccio, ho continuamente la tachicardia e ho un costante tremore alle mani quando sono con lei. Tutta questa storia mi ha fatto perdere la gioia di vivere che avevo e mi ha reso apatica. Vorrei tanto andarmene perchè ho provato troppe volte ad andarle incontro e a fare ciò che voleva,ma non è servito a nulla e anche nel momento in cui ho fatto valere le mie ragioni,mi sono sentita dire che non sono una vera figlia. Vorrei andare a vivere con mio padre, ma mia madre non so cosa sarebbe in grado di fare : infatti già una volta a causa di mio padre ha provato a tagliarsi le vene. Mia madre soffre di depressione e ha continui sbalzi di umore, si contraddice e scarica tutto su di me. Io ho un fidanzato da due anni e mezzo : è un ragazzo rumeno che è cresciuto in Italia.

E’ un bravo ragazzo, lavora molto e mi è stato accanto come nessuno, con lui ho un rapporto costruito sul dialogo e sulla reciproca fiducia. Mia madre insiste che non è il ragazzo per me soprattutto perché è rumeno e ha una mentalità diversa. Io ho provato a farle capire cosa provo per lui, ma non è servito a nulla. Tutto questo non mi permette di far crescere il mio rapporto con la persona che amo più della mia vita : infatti per evitare che mia madre mi sgridi ogni volta, io e lui ci vediamo si e no una o due volte la settimana, anche se abitiamo molto vicino. Mia madre è una persona molto particolare perché starebbe a discutere ore e ore, è sempre pronta a dire cosa devo fare e se non lo faccio dice che non la ascolto mai e che mi considero già matura.

Cambia idea ogni due secondi e pesa ogni singola parola che dico. Io sono esausta e non ce la faccio più! per quanto le voglia bene, ho bisogno di essere serena anche io perché mi sto rovinando la vita,ma ho paura di prendere la decisione! Mi dica lei in cosa sbaglio, la prego.

La ringrazio molto.

Isabella

 

Vent’anni sono davvero pochi per portarsi sulle spalle i propri genitori. Miseramente pochi per vivere costantemente con l’ansia, con la tachicardia e con il tremore alle mani, pochi per rovinarsi la vita. Troppi per non avere ancora scoperto una condizione di serenità.

Cara Isabella, è comprensibile che tu ti senta esausta ed abbia bisogno di aria, di leggerezza e di prospettive.

La situazione raccontata da questa ragazza, frastornata ma attaccata ai suoi genitori, che si fa in quattro per custodire rapporti dignitosi con entrambi, è vittima di una pessima separazione tra loro. Ci narra infatti le peripezie che deve fare per puntellare la madre nella sua disperata e mal giocata fragilità e la sua aspirazione di essere accolta da un padre che sembra disporre di maggiori risorse psichiche ed affettive.

Va però segnalato che questo padre, forse esasperato da un rapporto di coppia esacerbante, ha abbandonato la nave in un momento delicatissimo per Isabella, alla vigilia dei suoi esami di maturità, una prova della vita che richiede serenità, concentrazione, sostegno emotivo e senso di assertività.

Questa coppia, incapace di separazione, ha conservato il legame sul fronte della figlia per questioni non nobilissime che riguardano i soldi. Non l’educazione, le scelte, i temi della crescita, il percorso scolastico, ma … i soldi.
La separazione emotiva, infatti, richiede un percorso che in teoria pone fine ai legami psicologici tra i due coniugi.  Non sempre però entrambi i partners riescono a fare questo passo; quello che sceglie la separazione, in genere elabora prima dell’altro il distacco ed è quindi più autonomo, mentre l’altro rimane emotivamente aggrovigliato e fatica  a superare quest’esperienza vissuta spesso come un fallimento o un rifiuto personale.

L’esperienza vissuta dal partner che subisce la separazione è molto simile a quella del lutto e si articola in varie fasi (Bowlby 1979, Oliverio Ferraris 1997) che vanno dalla iniziale negazione, ad un periodo successivo di resistenza, cui può seguire una reazione depressiva per giungere infine alla fase dell’ accettazione. In tal modo il lutto verrebbe gradualmente elaborato e i sentimenti dolorosi legati all’abbandono si affievolirebbero.

Quando l’elaborazione della separazione emotiva non è altresì completata, permangono il senso di colpa e la collera, che possono alimentare dinamiche conflittuali nocive per gli ex coniugi e per i figli.

Il legame che lega la madre di Isabella all’ex marito e alla figlia è un legame “disperante  in quanto lei  non può smettere di sperare in quei legami; tutto questo risulta così intollerabile, il dolore non può essere affrontato poiché l’oscura minaccia è quella di una condizione di vita infernale che prende forma in fantasmi di isolamento, estraniazione, marginalità riprovevole e pericolosa” (Cigoli, 1999).

Pertanto, cara Isabella, non puoi gestire tua madre da sola. Va decisamente coinvolto il medico di famiglia, che cercherà di farsi carico degli aspetti sanitari. Vedo comunque necessario avvalersi della competenza dello psichiatra, data la marcata presenza nella mamma di fattori depressivi e di sbalzi dell’umore; gli intendimenti suicidari  vanno scrupolosamente soppesati. Spetterà a lui considerare se esistono gli estremi per un eventuali ricovero.

Successivamente può risultare utile che i tuoi genitori, se  disponbili, si facciano aiutare, attraverso un lavoro di mediazione presso un Consultorio familiare, a ritrovare consapevolezza in merito alle tue necessità.

E’ inoltre auspicabile che esista nella famiglia di origine della mamma un parente autorevole ed equilibrato, in grado di accompagnarla verso il superamento delle difficoltà che sta in modo preoccupante palesando.

E’ infatti terribile che Isabella venga accusata di non essere una vera figlia se esprime pensieri propri, se ha bisogno di spazi di riservatezza, se cerca di differenziarsi da lei con l’obiettivo di evidenziare la propria identità. A 20 anni Isabella non può subire imposizioni continue perché sono un freno alla crescita psichica e allo sviluppo dell’autonomia; per la madre sono un esercizio sterile di un autoritarismo svuotato di stima e di credibilità.

L’amarezza che Isabella sta covando dentro di sé perché non le vengono offerte opportunità espressive, perché non viene riconosciuta dalla madre, perché la stessa non apprezza minimamente il suo impegno a farsi carico dei suoi pericolosi disequilibri sta spingendo Isabella ad allontanarsi da lei per andare a vivere con il padre con cui è avvenuta una rassicurante riconciliazione.

L’alternativa per Isabella è ammalarsi di tristezza oltre che necessitare di gestire una serie di disturbi psicosomatici che sono il segnale di un devastante accumulo di malessere.

Il rapporto affettivo che Isabella ha con un ragazzo rumeno, poiché ha tutte le caratteristiche di un legame pensato e misurato, abbisogna di una frequentazione serena per essere meglio compreso, sperimentato e verificato. Infatti Isabella non ha interiorizzato un modello di coppia genitoriale che, per le sue caratteristiche, possa fungere da riferimento interno e modello. Ha bisogno di soppesare meglio i vari ambiti qualificanti per la coppia.

Isabella vuole bene a questa madre, ma rischia di essere da lei inghiottita e sbriciolata. Non ce la fa più, ha perso la gioia di vivere, è diventata apatica; tutte le sue attenzioni risultano vane.

Le ribadiamo pertanto il suo diritto alla serenità e all’identità; il padre, su cui lei confida davvero molto, deve rientrare in scena con fermezza per proteggere Isabella dalla disperazione coercitiva della madre. Alla stessa prospettiamo di farsi aiutare per poter scoprire il gusto della dignità ed il senso di una genitorialità generosa, prodiga e carica d’amore.

A te Isabella auguro di riuscire a collocarti teneramente nel ruolo della figlia; nei confronti dell’amore sii esigente affinché non si dimentichi mai più di te.

Lino Cavedon

Psicoterapeuta

Sto scoprendo un feeling incredibile con l’amico del mio moroso.

Gentile Psicologo,

credo che la cosa sia successa senza che proprio me ne rendessi conto, almeno io non avevo mai dato credito alle amiche che mi raccontavano queste cose. Io ho sempre sostenuto: o del proprio ragazzo si è innamorate oppure sono fregnacce, invenzioni che si costruiscono per non avere la forza di dire a se stesse:  basta è stato bello ma ora è finita. Invece è successa anche a me. Da un pò di tempo il migliore amico del mio ragazzo è stato mollato dalla sua ragazza; abbiamo quindi cercato di stargli vicini, invitandolo con noi ogni volta che usciamo. Praticamente da circa tre mesi usciamo sempre in tre. Premetto che io non ho alcuna intenzione di lasciare il mio ragazzo e che non ho attrazione fisica nei confronti del suo amico. La cosa che mi ha sorpresa è che con lui sto scoprendo un feeling incredibile quando ci si mette a ragionare su vari argomenti, se andiamo a vedere un film riesco con lui a cogliere sfumature profonde. Se stiamo ascoltando un cd lui coglie frasi del testo di una musica, cosa  che io facevo un tempo e che avevo smesso di fare. Quando per sfogarsi parla della sua storia precedente, al di là della comprensibile rabbia perché la ragazza si è comportata male, sento che attribuisce molto valore ai sentimenti e agli aspetti emotivi. Sento a volte un fremito dentro che mi scombina e mi disorienta perché non so se mi fa bene continuare a frequentarlo. Non capisco se lui possa essere più giusto per me dal momento che mi fa sentire particolarmente bene. Mi sento tanto confusa e ho paura di combinare guai. Grazie Lettera firmata

 

Suppongo che tu sia relativamente giovane, ancora  in fase di formazione. Immagino che il tuo ragazzo sabbia significative diversità da te, tant’è che un tempo di lui ti sei innamorata proprio per questa ragione. Ci si innamora anche perché si trovano parti di sé desiderate e ancora involute in un’altra persona. Si realizza così un senso di rassicurante ed illusoria pienezza che l’innamoramento fornisce. La scelta di un partner diverso da noi consente di sopportare e supportare temporaneamente quel vissuto di incompiutezza tipico di alcune fasi evolutive e che si può superare, a livello di maturazione psichica,  solo nell’età adulta.

E’ una fortuna che tu stia vivendo così da vicino l’esperienza di una diversità che riguarda il maschile; se ne verrai fuori bene da questo conflitto potrai capire molte cose senza dover tradire il tuo ragazzo per avere riscontri chiarificatori in merito.

Il feeling è quel sentire viscerale ed istintivo che provano anche gli animali che, per orientare le loro pulsioni e scegliersi, si annusano. Scatta nei confronti di un’altra persona perché si avverte una vibrazione interna che sta a dirci quanto ci stiamo forse avvicinando a noi stessi. L’altro cioè può rappresentare un’occasione di importante specularità a noi stessi. Si scoprono cioè parti di sé, magari nebulose e indefinite, cui non avevamo ancora attribuito un particolare valore o significato.

L’amico può così fornire l’opportunità di un incontro con te stessa, determinato dal fatto di avere avuto nei suoi confronti  un feedback positivo.

Può così usare la vicenda quale rinforzo prezioso della tua identità forse ancora sbiadita ed altalenante. Le affinità facilitano comunque i rapporti, li rendono più immediati, producono complicità; potrebbero però ingenerare monotonia se non sono alimentate da un senso di creatività. Manca all’ attrattiva verso questo amico la componente di attrazione sessuale ed assume pertanto i presupposti di una relazione intensa di amicizia.

Se spostiamo la riflessione sul rapporto con il tuo ragazzo, è bene capire quali informazioni puoi ricavare da questo minaccioso feeling, esterno alla coppia.

Io credo sia arrivato il tempo di investire su te stessa al fine di percepire un senso di pienezza psichica.

Le diversità, cercate ad oltranza nel partner, rinforzano il bisogno dell’altra persona e determinano un vissuto di spiacevole dipendenza. La tua individualità ha bisogno di acquisire più vigore, ha bisogno di sviluppare forze endogene, che scaturiscono cioè da dentro, per nutrire il progetto della realizzazione di te stessa.

Innamorarsi di se stessi e potersi definire belle persone, in crescita, sempre in movimento, è una condizione fortemente gratificante; il proprio narcisismo trova così un senso di appagamento.

Se dovessi imbatterti in momenti ulteriormente difficili con il tuo ragazzo, potresti  trovare facili motivazioni per frequentare l’ amico, proprio perché ti sta dimostrando un’empatia ed un feeling che non provi attualmente con il tuo ragazzo.  Cerca di portare dentro il tuo rapporto di coppia queste preziose informazioni al fine di suscitare una nuova vitalità e partecipazione; se così non succedesse dovresti riconsiderare quanto il rapporto sia adatto ai tuoi bisogni.

Attenta infine a non incrinare l’amicizia che esiste tra il tuo ragazzo ed il suo amico del cuore; faresti danni irrimediabili.

Lino Cavedon

Psicoterapeuta

Ma… quanto bevono i ragazzi?

Gentile Psicologo,

ho bisogno di togliermi una curiosità, che per ora non è motivo di preoccupazione perché ho i figli ancora piccoli. Qualche volta, per accompagnare dei clienti della ditta, mi ritrovo fuori a cena e poi in qualche locale dove fanno musica o qualche spettacolo.

La cosa che mi colpisce sistematicamente è quanto bevono i ragazzi e, ovviamente, parlo di  bevande alcoliche, dalla birra ai liquori di 40° o più, ai cocktail. Mi sembra che sia normale per loro bere tanto e, credo, con una certa frequenza. Ho pensato che se diventa una abitudine, si è nella condizione che si instauri un bisogno, una cosa di cui non si riesce a fare a meno. Se poi è un modo per stare insieme con gli altri e per essere più allegri, è chiaramente difficile trovare altri modi per passare la serata. Vedo frequentemente gente ubriaca o che comunque non tiene più di tanto, ed è tutta gente che poi sale in macchina e torna a casa piena di sonno. Mio figlio più grande ha undici anni; penso a quando avrà 18-20 anni, se rimarrà questa tendenza tra i ragazzi, come potrò fare per convincerlo a non frequentare questi ambienti. E per fortuna che adesso non si deve fumare. Cosa di deve fare perché non prendano questo vizio?

La ringrazio. Antonio

 

Caro Antonio, il primo grande insegnamento deriva dal fatto di essere belle persone che hanno un rapporto positivo con la vita, che hanno personalità, che sanno amare i figli in modo spensierato, che sanno creare un clima familiare sufficientemente sereno, che sanno ricavare emozioni appaganti dalla quotidianità. Ciò che noi siamo rappresenta infatti la prima forma di insegnamento.

Il bere smodato fa parte infatti dei meccanismi compensativi, come il mangiare, il fumare, il drogarsi e tanti altri. La compensazione interviene ogniqualvolta c’è bisogno di colmare un vuoto, ci sono carenze importanti, delle povertà interiori, delle frammentazioni nei rapporti, dei fallimenti sociali. La prevenzione migliore non consiste nel parlare di alcol (comunque importante), bensì nel promuovere stili di vita sani.

Quanto lei ha descritto è vizio riprovevole, abitudine pericolosa, rito per socializzare o malattia? Ovviamente non stiamo parlando del bere morigerato nel tempo dei pasti, del sorseggiare con curiosità un nuovo tipo di vino. Parliamo di un bere che fa del non darsi un limite una ragione di vanto, parliamo del bere compulsivo.

I livelli del problema contemplano il bere moderato, il bere problematico, l’alcolismo con conseguenti patologie fino al limite estremo che è la morte. In effetti in Italia, notizia che raramente viene fornita, muoiono ogni anno circa 30.000 persone per problemi alcolcorrelati.

Su questo fenomeno, che tocca aspetti culturali che tendono a minimizzare il problema (el vin fa sangue) e aspetti economici (l’Italia è uno dei produttori di vino più qualificati a livello mondiale) raramente si fanno campagne di seria informazione e prevenzione. Si dà sempre più risalto al problema droga.

Dal punto di vista clinico il concetto di abuso va inteso come una modalità patologica di fruizione di una sostanza, che porta a menomazioni o a disagi clinicamente significativi, ricorrenti entro un periodo di 12 mesi. Si parla di abuso quando:

  • vi è incapacità di adempiere ai principali compiti connessi con il proprio ruolo, tipo assenze lavorative o scolastiche, scarse prestazioni professionali correlate all’uso di sostanze, trascuratezze nella cura di figli o della casa, assenze, sospensioni o espulsioni da scuola;
  • permane il frequente uso della sostanza in situazioni fisicamente rischiose (guida automobile o uso di macchinari);
  • l’individuo continua nonostante ricorrenti problemi sociali o interpersonali provocati dagli effetti di sostanze (litigi in famiglia, episodi violenti, minacce di separazioni);
  • si riscontrano problemi legali provocati da comportamenti alcolcorrelati;
  • vi sono reiterati ricoveri ospedalieri che non aiutano a modificare lo stile comportamentale in merito al problema in oggetto.

 

Quali sono  i disturbi indotti dall’abuso di alcool? In genere essi sono: disturbi dell’umore, disturbi d’ansia, disturbi del sonno, disturbi sessuali, l’intossicazione alcolica, con possibili deliri che possono manifestarsi anche nella fase di astinenza, disturbi amnestici persistenti, disturbi psicotici.

I Sert delle varie ULSS che organizzano ricoveri in day-hospital per favorire il superamento del problema, lo staff di Blue Runner che staziona frequentemente nei locali della provincia, ci dicono che l’età di inizio dei primi eccessi, delle prime ubriacature dimostrative è proprio la pre-adolescenza, con percentuali preoccupanti. Il meccanismo dell’imitazione a questa età è fortissimo proprio perché chi eccede di più viene insignito del ruolo di leader tra i coetanei. Chiediamolo agli insegnanti che accompagnano i ragazzi durante le gite scolastiche, che sono sempre più inquieti e preoccupati  perché vi sono studenti che si portano da casa bottiglie di alcolici, consumate poi negli orari notturni quando ci si illude che i ragazzi dormano.

E’ sostanziale il ruolo dei genitori che, oltre all’essere un esempio ed una valida presenza educativa, devono anche prestare molta attenzione ai momenti in cui i ragazzi rientrano a casa dopo serate consumate con gli amici.

Avere la pretesa che non bevano mai credo sia illusorio, in quanto il bere è un rito di tutte le generazioni di maschi e oggi anche di molte femmine. Insegniamo semmai loro a bere in modo intelligente, come rito di amicizia, per il piacere di apprezzare quanto producono i nostri contadini che, con passione, cercano di migliorare la qualità delle loro produzioni.

Lino Cavedon

Psicoterapeuta